The lesson - Scuola di vita (di Kristina Grozeva, Petar Valchanov, 2015)

Nota: presenti anticipazioni sullo sviluppo della trama del film.

Uscirà in Italia presumibilmente nel marzo del 2016 ma sono già riuscito a vederlo poiché finalista del premio Lux assieme a Mustang (poi vincitore) e Mediterranea. Premetto che The lesson mi è piaciuto tantissimo e forse anche di più rispetto al film della Erguven, ma si tratta di due opere inconfrontabili per stile e narrazione.
I due registi bulgari di The lesson sono all'esordio e, come si leggerà ben presto ovunque, sembrano seguire le orme di due ben noti fratelli belgi che mi sforzerò di non nominare, visto che ormai qualsiasi film girato con camera in spalla che verte su tematiche sociali viene sempre accostato a uno dei loro. Non si può negare che questa influenza sia evidente anche in questo caso, ma il taglio vira spesso sul grottesco e la ricerca del calore umano, tanto caro a quei due innominabili, non è dopotutto il centro di interesse degli altri due, i bulgari, che affrontano la disperazione attraverso un teatro dell'assurdo che sconfina spesso in un cinismo dissacrante e pungente.
La storia (che prende spesso da un fatto realmente accaduto) segue il denaro, rappresentato nelle sue forme più svariate: dal bonifico al prestito, dall'asta al bancomat fino alle sue forme più rudimentali – banconote e monete, presenti e assenti, marchiate o racimolate in una fontana. Un flusso continuo in relazione al quale sia la protagonista che tutte le altre figure adulte che le si aggirano attorno devono fare i conti come preoccupazione prioritaria. A questo che sembra essere il primo piano del film, vi si accosta un altro parallelo e subordinato come quello dei ragazzi (sarebbe il caso di dire adolescenti se non fosse per la presenza della figlia della protagonista che capisce bene che c'è qualcosa che non quadra e piange mentre la madre le racconta una favola). Tra di essi c'è la scuola intesa come istituzione che mostra i principi morali su cui la società dovrebbe fondarsi. Il film non si limita a mettere in discussione la moralità della protagonista, che dopotutto mantiene una sua dignità e coerenza e suscita continuamente empatia e partecipazione; dipinge piuttosto una collettività corrotta nelle sue fondamenta di sostegno reciproco e interesse per l'altro. Il vero dramma di Nadia è l'assenza (oltre ad una buona dose di sfiga, dobbiamo evidenziarlo) di comprensione e talvolta un semplice buon senso, oltre alla crudeltà, che determinano lo scivolamento in una spirale di situazioni paradossalmente e progressivamente sempre più complicate e irrisolvibili. Nella cornice desolante e aliena in cui si muove, il suo gesto estremo per recuperare il denaro per quanto esecrabile appare dettato dall'esasperazione e dalla mancanza di una soluzione "pulita" che il contesto le offre (vedi anche l'accusa alla collusione tra polizia e strozzini, nelle loro varie forme spesso difficilmente distinguibili). La qualità di ciò a cui assistiamo sta nel fondere vari piani di lettura senza definire nettamente le qualità morali di ciascuno dei personaggi (eccetto l'odioso strozzino, uno che ti riceve in ciabatte e che si concede una pausa per andare a pisciare con la porta aperta – senza dimenticare il dialogo vis a vis impossibile per via di un monitor che impalla la visuale).
Narrativamente avvincente, con una serie di sequenze concatenate capaci di mantenere alta la tensione.

Ho perso la testa per la protagonista Margita Gosheva; non è una questione di attrazione quanto di personalità che riesce a infondere al proprio personaggio, e il personaggio a sua volta allo spettatore. Credo che non mi capitasse di trovare un carattere femminile così intenso al cinema da tanto tempo. Alcune sequenze, come quando scarabocchia la foto della "sostituta della madre", o quando si alza per togliere quella fastidiosa ragnatela mentre non riesce a dormire, o ancora quando "prova" a vestirsi da puttana con goffi risultati, sono intuizioni geniali della sceneggiatura che mi hanno fatto innamorare di questo film completamente, non solo nel senso (amplificato da un finale esemplare) quanto fin dentro i dettagli.

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